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PMI, crescita e capitale paziente: perché il credito non basta più

2 giorni fa
Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 1 giorno fa


Private equity e venture capital stanno crescendo in Italia, ma non ancora dove servono di più alle PMI: nel finanziamento della crescita, dell’innovazione e dell’internazionalizzazione.


È questa una delle indicazioni più rilevanti del Quaderno di economia e finanza n. 1061 della Banca d’Italia, “Il capitale per crescere: evoluzione, struttura e ruolo del private equity e del venture capital in Italia”. Per chi affianca le imprese nelle scelte finanziarie, il punto è netto: non basta chiedersi se un’azienda sia finanziabile; occorre capire quale fonte sia coerente con progetto, rischio e tempi necessari per creare valore.


Un mercato in crescita, ma ancora troppo piccolo

Nel 2025 operatori italiani ed esteri hanno investito circa 8 miliardi di euro in oltre 400 imprese italiane, contro poco più di 3 miliardi dieci anni prima. Anche il venture capital è cresciuto da 76 milioni di euro nel 2015 a 1,1 miliardi nel 2025.


L’Italia resta però indietro rispetto ai principali mercati europei: gli investimenti in private equity e venture capital valgono lo 0,4% del PIL, contro lo 0,8% della Francia e l’1% del Regno Unito. Per le PMI questo significa minori alternative al debito bancario e maggiore difficoltà a finanziare digitalizzazione, brevetti, software, acquisizioni e ingresso in nuovi mercati.


Per l’innovazione il debito ha un limite strutturale

Gli investimenti innovativi sono sempre più spesso immateriali: software, algoritmi, licenze, marchi, brevetti, dati e competenze organizzative. Sono attività difficili da stimare e, soprattutto, difficili da offrire come garanzia.


Il credito richiede rimborso entro scadenze definite e un presidio adeguato del rischio. Il capitale di rischio, invece, remunera l’investitore se il progetto genera valore nel tempo e può quindi sostenere maggiore incertezza e tempi più lunghi. Debito ed equity non sono alternative ideologiche: sono fonti complementari da combinare secondo la fase di sviluppo dell’impresa.


Il vero divario: pochi capitali per l’expansion

Tra il 2021 e il 2025 circa l’80% delle risorse del private equity è stato assorbito da operazioni di buyout. Gli interventi di expansion, destinati a imprese già operative che vogliono crescere, sviluppare il mercato o internazionalizzarsi, hanno attratto meno di 900 milioni di euro l’anno: circa il 10% delle risorse investite, contro il 21% nella media UE e il 26% in Francia.


L’ingresso di un investitore può quindi essere una leva per finanziare un salto dimensionale, rafforzare la governance, sostenere acquisizioni o aprire relazioni commerciali e finanziarie più ampie. Ma il progetto deve essere preparato con rigore: piano industriale, dati economico-finanziari affidabili, governance leggibile e una chiara strategia di valorizzazione.


Le PMI entrano di più nel radar dei fondi, ma la selezione resta severa

Nel 2021-25 le piccole imprese rappresentano circa la metà delle operazioni, contro poco più di un terzo nel 2011-15. La maggiore attenzione non equivale però a un accesso indistinto: le imprese target presentano già prima dell’investimento, in media, attivo, occupazione, redditività e patrimonializzazione più elevati rispetto a imprese comparabili.


Dopo l’investimento, più occupazione, investimenti e patrimonio

Nell’anno dell’operazione e nei due successivi, le imprese partecipate da private equity crescono più delle aziende comparabili in termini di attivo e occupazione. Presentano inoltre una maggiore intensità di investimento, soprattutto negli asset immateriali, e un rafforzamento della patrimonializzazione.


Il risultato va letto correttamente: lo studio non dimostra che il fondo sia la causa esclusiva della migliore performance, perché le aziende finanziate erano già mediamente più robuste. Conferma però che il capitale di rischio tende ad accompagnare percorsi sostenuti da risorse finanziarie, competenze manageriali e governance.


Tre implicazioni operative per consulenti e PMI

  1. Partire dal fabbisogno, non dal prodotto finanziario. Occorre distinguere capitale circolante, investimenti tangibili e immateriali, acquisizioni e tempi di ritorno.

  2. Costruire l’equity story prima di cercare l’investitore. Un dossier credibile deve spiegare perché l’impresa può crescere, non soltanto quanto capitale chiede.

  3. Rafforzare la bancabilità anche quando si cerca equity. Patrimonializzazione, controllo di gestione, tesoreria, reporting e governance migliorano il dialogo con banche e investitori.


Conclusione

La strategia finanziaria non può limitarsi alla ricerca del finanziamento disponibile. Deve diventare parte del piano industriale. Quando il progetto richiede tempo, innovazione e capacità di assorbire rischio, il capitale paziente può rendere sostenibile una crescita altrimenti troppo esposta al debito.


Fonte: Banca d’Italia, Questioni di economia e finanza n. 1061, “Il capitale per crescere: evoluzione, struttura e ruolo del private equity e del venture capital in Italia”, ottobre 2026.

 
 
 

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